Mobile first, lo smartphone è diventato il centro della società

Dalle banche alla scuola, dal lavoro all’intrattenimento: cosa significa progettare servizi e contenuti pensando prima al telefono e perché il fenomeno riguarda sempre più anche il Mezzogiorno.

Per anni lo smartphone è stato considerato una sorta di computer tascabile, uno strumento utile per completare attività che continuavamo a svolgere principalmente davanti a un PC. Oggi il rapporto sembra essersi invertito: è il telefono il primo dispositivo attraverso cui entriamo in contatto con un servizio, un’informazione o un’attività.

È questo, in sintesi, il significato di mobile first: non limitarsi a rendere un sito compatibile con lo schermo dello smartphone, ma progettare un’esperienza partendo proprio dalle caratteristiche del telefono. Schermo ridotto, utilizzo prevalentemente verticale, touch, notifiche, accesso immediato e sessioni spesso molto brevi cambiano il modo in cui un prodotto deve essere costruito.

Secondo il rapporto Cittadini e ICT dell’Istat, nel 2025 il 79,1% delle persone di almeno 6 anni accede a Internet attraverso lo smartphone, mentre il PC si ferma al 54%. Tra i giovani tra 11 e 24 anni, inoltre, quasi il 30% utilizza contemporaneamente smartphone, PC, tablet e altri dispositivi. 

Non è solo una questione di tecnologia

Pensare mobile first significa quindi ripensare le abitudini quotidiane. Un esempio molto semplice è la banca: un tempo significava andare allo sportello o collegarsi dal computer. Oggi controllare il saldo, effettuare un bonifico o pagare un acquisto può richiedere pochi secondi attraverso un’app.

Lo stesso vale per i trasporti, per la scuola nell’era del registro elettronico, per ogni tipo di lavoro che abbia a che fare con riunioni, email, documenti e strumenti collaborativi che possono essere consultati anche lontano dalla scrivania. Un fenomeno che assume un significato particolare nelle regioni del Mezzogiorno, dove secondo le ultime ricerche l’uso di Internet ha raggiunto il 78,5%, in crescita rispetto all’anno precedente. Tra le regioni con gli incrementi maggiori figura proprio la Campania, con tre punti percentuali in più. Questo significa che il mobile first non riguarda soltanto Milano, Roma o i grandi ecosistemi tecnologici, ma anche realtà come Napoli, Salerno, Caserta, Avellino e Benevento, che partecipano alla trasformazione di una società nella quale il telefono rappresenta sempre più spesso la porta d’ingresso al digitale. Proprio il caso della nostra regione, però, ci ricorda quanto sia importante non confondere accesso e competenze: secondo l’Istat, nel Mezzogiorno soltanto il 36,1% della popolazione tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno di base. 

Dal sito all’app: due esperienze diverse

Il concetto diventa ancora più evidente osservando il settore delle piattaforme digitali e dell’iGaming. Un sito responsive e un’app nativa non sono la stessa cosa: il primo adatta un’esperienza esistente allo smartphone, la seconda viene progettata direttamente per quel dispositivo.

Nel caso delle app native del gambling, l’accesso può essere più immediato, la navigazione più personalizzata e il rapporto con l’utente più continuativo. Il browser, invece, mantiene un ruolo fondamentale nella scoperta di un servizio e nell’accesso occasionale. È una distinzione che va oltre il gioco. Shopping, streaming, sport, informazione, pagamenti e servizi pubblici stanno tutti seguendo la stessa direzione: il primo contatto avviene sempre più spesso attraverso uno schermo che abbiamo già in mano.

Il mobile first, dunque, non è semplicemente una scelta degli sviluppatori. È il riflesso di una società che ha progressivamente spostato il proprio centro digitale dal computer alla tasca.