L’oggetto più sporco della casa potrebbe essere nella tua cucina

Guglielmo

Nella percezione comune della pulizia domestica, gli ambienti del bagno sono considerati tra i principali ricettacoli di germi e batteri. La microbiologia ambientale dimostra tuttavia che anche un oggetto di uso quotidiano in cucina può ospitare una densità microbica estremamente elevata: la comune spugnetta per i piatti. Questo strumento, concepito per pulire stoviglie, pentole e piani di lavoro, può trasformarsi con l’uso quotidiano in un ambiente favorevole alla proliferazione microbica. La combinazione di un’elevata porosità, dell’umidità trattenuta, della temperatura dell’ambiente domestico e della presenza continua di residui organici e nutrienti crea condizioni favorevoli allo sviluppo di comunità batteriche complesse e biofilm protettivi. Studi condotti su campioni di spugne usate hanno rilevato concentrazioni molto elevate, fino a circa cinquanta miliardi di cellule batteriche per centimetro cubo in alcune aree analizzate. Tra la moltitudine di microrganismi innocui possono essere presenti anche patogeni opportunisti, come Pseudomonas aeruginosa, e batteri come Escherichia coli, Salmonella e Staphylococcus aureus, che possono arrivare sulla spugna attraverso alimenti, mani o superfici contaminate. Anche Moraxella osloensis, identificata in alcune spugne da cucina, è stata associata alla produzione di odori sgradevoli, sebbene non sia l’unica responsabile dei cattivi odori che possono svilupparsi nelle spugne umide. Il rischio principale non deriva dalla sola presenza di batteri, ma dal ruolo della spugnetta come possibile vettore di contaminazione crociata, capace di trasferire microrganismi da un tagliere alle posate, ai piatti e alle superfici destinate al contatto con alimenti pronti al consumo. Sulle tecniche per igienizzare la spugna esiste molta confusione. Passarla sotto un getto d’acqua calda con un po’ di detersivo per piatti aiuta a rimuovere residui e parte dei microrganismi, ma non garantisce una disinfezione efficace delle cavità più profonde. Anche il passaggio nel forno a microonde o la bollitura possono ridurre sensibilmente la carica microbica, ma non assicurano una bonifica duratura: la spugna può essere nuovamente contaminata e i microrganismi eventualmente sopravvissuti possono riprendere a moltiplicarsi quando le condizioni tornano favorevoli. L’approccio più corretto e sicuro prevede una gestione rigorosa basata su tre regole fondamentali e facilmente applicabili. La prima è l’asciugatura: dopo ogni utilizzo, la spugnetta dovrebbe essere sciacquata con cura, strizzata e riposta su un supporto traforato che ne favorisca la ventilazione. Ridurre l’umidità residua limita le condizioni favorevoli alla crescita microbica, anche se non elimina necessariamente i batteri già presenti. La seconda è, se si possiede una lavastoviglie, periodicamente inserire la spugna mentre si effettua un lavaggio completo (se non diversamente indicato dal produttore della spugna stessa). Non esiste ciclo di lavaggio ,ovviamente, che garantisca in ogni condizione l’eliminazione totale dei microrganismi e dei biofilm ma può abbatterne drasticamente la carica. Infine, la sostituzione frequente: nessun trattamento può assicurare che una spugna usurata o mantenuta a lungo in condizioni poco igieniche sia sicura. Sostituirla regolarmente, indicativamente ogni una o due settimane in funzione dell’utilizzo, è una precauzione ragionevole. È opportuno anticipare la sostituzione se la spugna emana cattivi odori persistenti, si deteriora e risulta sfibrata o viene contaminata da liquidi provenienti da alimenti crudi.

A cura del Dott. Guglielmo Casciello

Biologo, esperto in igiene e sicurezza degli alimenti