Ischia, tavola rotonda su Filangieri e Benjamin Franklin

“Libertà e felicità tra Filangieri e Franklin”, è stato il tema dell’interessante tavola rotonda che si è tenuta a Lacco Ameno presso la sala dell’hotel Regina Isabella. Sono intervenuti Amedeo Arena, Maia Valerio del Tufo, Benedetto Migliaccio, Raffaele Mirelli e Antonio Trampus. L’avvocato Migliaccio, amministrativista e professionista napoletano, noto per il suo impegno culturale e sociale legato all’isola di Ischia, ha così svolto il suo intervento: “Nel panorama intellettuale del XVIII secolo, l’affermazione delle idee di libertà, tolleranza e uguaglianza non si configurò come una lineare e pacifica progressione dello spirito umano, bensì come una logorante e sofisticata guerra di posizione contro le strutture coercitive dell’Ancien Régime.
Laddove le istituzioni ufficiali e le cattedre universitarie rimanevano saldamente ancorate al dogmatismo ecclesiastico e alla conservazione dinastica, la modernità giuridica e politica dovette edificare la propria officina nell’ombra, scegliendo la via della clandestinità per poter ambire all’universalità.
Il Secolo dei Lumi fu, innanzitutto, il secolo dei saperi contrabbandati: una fitta rete sotterranea in cui l’alta speculazione filosofica si mescolava all’audacia logistica dei colporteurs, alla dissacrazione politica della pornografia filosofica e alla circolazione di “libri fantasma” come il mitico Trattato dei Tre Impostori, capace di mutare l’ateismo speculativo in un radicale strumento di lotta sociale.
È all’interno di questa “Repubblica delle Lettere” sotterranea che si colloca la parabola straordinaria dell’Illuminismo napoletano, una stagione feconda che trovò nella figura monumentale di Gaetano Filangieri e nella sua Scienza della Legislazione il proprio culmine teorico e la propria proiezione internazionale.
Lontana dall’essere una sterile ricezione dei modelli d’oltrealpe, la Napoli dei Lumi seppe rielaborare le istanze più radicali del pensiero europeo, operando una metamorfosi cruciale all’interno degli stessi spazi di sociabilità segreta.
Sotto l’impulso dell’incontro transnazionale tra Filangieri e il teologo danese Friedrich Münter, emissario degli Illuminati di Baviera, la Massoneria meridionale abbandonò i laboratori alchemici ed esoterici della Perfetta Unione di Raimondo di Sangro per ridefinirsi, nella Loggia della Filantropia, come un vero e proprio laboratorio di ingegneria costituzionale ed economica.
Nelle stanze private di Via Atri, al riparo dalle spie borboniche e dai fulmini dell’Inquisizione, menti del calibro di Francesco Mario Pagano, Domenico Cirillo e Giuseppe Leonardo Albanese discussero l’abolizione del feudalesimo, la laicizzazione dello Stato e la sconsacrazione della manomorta ecclesiastica, individuando nella “Felicità pubblica” l’oggetto primario e misurabile della legge.
Il saggio si propone di ricostruire i nodi storici, politici e ideologici di quella straordinaria officina del pensiero, seguendo il filo rosso che unisce la speculazione clandestina al martirio politico e alla ricezione transatlantica.
Dal drammatico e simbolico viaggio che nel luglio del 1788 condusse Cirillo e Pagano al capezzale di Filangieri nel Castello di Vico Equense – un’anticipazione ideale del destino che undici anni dopo, nel 1799, li avrebbe uniti sul patibolo di Piazza del Mercato – le idee del giurista napoletano seppero sottrarsi alla damnatio memoriae dei vincitori.
Attraverso il celebre scambio epistolare con Benjamin Franklin, la ricerca della felicità teorizzata sulle sponde del Golfo si saldò con lo sperimentalismo democratico di Filadelfia, dimostrando come il costituzionalismo moderno occidentale sia debitore di quel passaggio cruciale: il transito del diritto da puro strumento di coercizione dinastica a motore universale di emancipazione umana”.